Il Restauro della Tomba di Giulio II di Michelangelo (Chiesa di San Pietro in Vincoli)

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Autore: Valentina Piraino (Aprile 2002)

Roma, città dai mille segreti e dalle mille scoperte, mai veramente conosciuta, anche per una giovane camperista romana come me che, nutrendo un particolare interesse per l'arte,specchio del nostro passato, ha voluto intraprendere studi più approfonditi rispetto a quello che può essere una conoscenza generica delle diverse opere.

Tra le varie iniziative culturali che offre la mia città, ce n'è una molto particolare, che prende spunto dal recente restauro di uno tra i più affascinanti lavori dell'arte del '500: la tomba di Giulio II, realizzata da quel grande artista che fu Michelangelo, che accoglie la famosissima statua del Mosè.

Il monumento si trova nella Chiesa di S. Pietro in Vincoli, chiamata così perché al suo interno sono custodite le catene che, secondo la tradizione, avvinsero S. Pietro a Gerusalemme e durante la prigionia a Roma e si fusero miracolosamente. E' una chiesa da vedere, non lontana dal Colosseo.

Ho quindi preso parte alla visita guidata, resa possibile grazie all'iniziativa congiunta del Ministero dei Beni Culturali e della Lottomatica, che ci ha permesso di calarci indietro nel tempo e di leggere, attraverso la conoscenza e la visione di un'importante opera, la mentalità, la politica, la vita stessa degli uomini di quel periodo.



La guida dell'Associazione "Le Pleiadi", Dott.ssa Carla Cesaretti, ci ha accompagnato, illustrandoci, con grande dovizia di particolari, sia il restauro che il lungo processo che ha condotto alla realizzazione dell'importante lavoro scultoreo.

Questo è il monumento funebre di Giulio II, grande mecenate della Roma rinascimentale, restauratore della grandezza monumentale e culturale della città.
In realtà l'opera che oggi ci si presenta non ha niente a che fare con l'originario disegno michelangiolesco, che subì numerosi mutamenti dal primo progetto del 1506, fino ad arrivare all'ultimo del 1532, definitivo.
Sarebbe dovuta essere l'apoteosi del papa indicata, con la ripresa di motivi pagani e antichi, dalla monumentale mole di una struttura cubica, invasa ai lati dai corpi contorti dei prigioni e dalle virtù (o vittorie) e al di sopra, in ognuno degli angoli, Mosè, San Paolo, la Vita Attiva e Contemplativa seduti; più in alto, su un terzo piano, figure angeliche che sostengono l'arca del papa.

Il nostro Mosè sarebbe stato posto proprio qui, in una posizione elevata, su una imponente struttura, contesto ben diverso rispetto a quello in cui Michelangelo si troverà costretto a collocarlo alla fine.
Attraverso i vari progetti, ben cinque, notiamo una crescente semplificazione di grandezza e monumentalità; pian piano la struttura perde il suo aggetto tridimensionale nello spazio, diventa una tomba a parete, perde la folla dei corpi, accoglie l'immagine della Vergine con il Bambino, emblema della Redenzione, assume una simbologia più tradizionale, più fortemente religiosa.
Causa della faticosa realizzazione e della fine così misera, rispetto al grandioso programma iniziale, fu lo scarso interesse del pontefice e la sua morte, nel '13.

Dopo venti anni, si riaprirà la "tragedia della sepoltura" e si porrà fine alla questione, col progetto definitivo, in cui si mantiene un dinamico slancio verticale: in basso al centro Mosè, seduto, con le tavole della legge; ai lati, in nicchie, le statue più piccole di Lia e Rachele, figure della tradizione cristiana, ma che qui accolgono anche i significati pagani della vita attiva e contemplativa; al secondo livello il papa sdraiato su un catafalco e ai lati il Profeta e la Sibilla, statue realizzate dai discepoli del Buonarroti, che denotano un livello qualitativo che nulla ha a che fare con quello del maestro, e in alto la Madonna con il Bambino.

Tanti sono stati gli studiosi che hanno cercato di trovare chiavi di lettura simbolica in quello che doveva essere il primo progetto, primo tra tutti Erwin Panofsky.
Egli vede nell'originario disegno michelangiolesco la raffigurazione di un processo di innalzamento dell' uomo: dal livello bestiale e istintivo, rappresentato dai prigioni posti alla base, che si contorcono nella materialità della carne, nella loro sofferenza, fino al livello più alto , che tende al divino attraverso la ragione, la saggezza, la virtù, dove l'uomo libera se stesso dalle schiavitù mortali, con i simboli di Mosè e di San Paolo.

E la figura del Mosè cattura oggi il nostro sguardo: seduto, col capo leggermente girato e quella mano che sfiora una barba arricciata e fluente, così silenziosamente assorto, egli sembra in grado di leggere oltre il suo tempo, nel nostro tempo, per testimoniare l'autenticità del messaggio ricevuto e consegnare a noi, uomini del terzo millennio, la convinzione della sua fede.